Joan Miro'
Hunters
Miali Logudoresu
RALLIAS
Per un teatro del terzo millennio
Rallia
(log.) Ràya (camp.) significa, genericamente "linea",
"segno"; nel log. comune è usato anche per indicare l'orma, la
traccia che lascia l'animale con o senza zoccoli, il segnale del
passaggio o un segno minimo che denota le sue abitudini, gli
spostamenti, i sentieri che segue; talvolta, si usa anche per "odore" o
segnale olfattivo che segnala la presenza o il passaggio di un qualche
essere animato, uomo, donna o animale.
Il
significato culto di rallia (che Wagner trascrive rál'a)
si riferisce alla linea che il contadino segue nel lavoro di aratura;
sempre Wagner la specifica come "quella striscia di terra che ogni
contadino ha dinanzi a sé e che forma la parte del lavoro che deve
compiere in un campo assieme ai compagni. Ogni contadino zappa la sua
raglia, e quando arriva alla fine, torna indietro e ne riprende
un'altra daccapo"; la voce in D.E.S (II, 334) riporta anche una
citazione tratta dalle "Poesie tissesi" del Mulas: "lòmpere assa rál'a",
che ha valore traslato di "arrivare allo scopo, al fine, all'intento
prefisso"; così come arral'are significa "terminare la
zappatura". C'è anche un terzo significato, segnalato a Busachi, ma
diffuso amche nel log. e nel nuor. (che il D.E.S. riporta come 3), ed è
'capruggine' (un termine italiano di etimologia incerta che indica
l'intaccatura delle doghe, entro la quale si connettono i fondi della
botte).
Quanto alla derivazione del termine sardo lo
si fa risalire al catalano ralla che significa, letteralmente,
"linea"; ma sporadicamente, in sardo, la parola (talvolta nella variante
arralla) significa anche "solco della ruota".
L'autore e il personaggio
protagonista della sequenza scenica intitolata Rallias (al
plurale, quindi) hanno presenti tutti questi significati, ma trasposti
in un senso che considerano simbolico, dal momento che sono convinti
entrambi che nel simbolo, se correttamente inteso e interpretato, ci sia
molta più verità che non in quella genericità spesso indeterminata che,
per i moderni, è diventata il "segno".
La sequenza scenica segue anch'essa il suo
filo di svolgimento come se fosse una rallia o un'arralla
che porta dal segno al mito e da questo al simbolo, e da quest'ultimo a
ciò che sta al di là di entrambi, e del quale il segno conosciuto in
quanto simbolo può essere soltanto un supporto, talvolta solo
un'apparenza utile ad andare oltre le apparenze.
Prima di immergersi entrambi nel
percorso "scenico", convinti di muoversi entro quella dimensione
simbolica che è la stessa origine del teatro (per cui esso è ciò che
depura la "persona" dalla maschera che indossa, standosene al di qua del
personaggio che recita, e offre allo spettatore gli "stati" e i "sapori"
del suo esistere, sfrondandoli da ogni riferimento a un "io"
particolare), l'autore e il personaggio, di comune accordo, hanno anche
esplorato i significati che, per suono o semplice successione delle
lettere, sembrano in qualche modo "vicini" (almeno come "risonanze") a
rallia: primo fra tutti rayu (raggio del sole e della
ruota); poi raìna e raìga, che significano,
rispettivamente, 'cresta' o 'linea fra due versanti' e 'radice';
ránda e rádza che hanno entrambi un doppio significato; l'una
corrisponde sia alla 'trina' (o merletto) sia al 'rantolo'; l'altra
all'edera spinosa che cresce fra i lecci (ed è detta talvolta raja
o rájula; questa voce, secondo il Wagner, non è sarda, dal
momento che la voce più diffusa per indicare questa pianta, è téti.
Ma rádza, che è variante fonetica e semantica di rallia,
nella zona centro settentrionale della Sardegna (Bonorva), significa
anche "scoscendimento, frana"; quindi può far pensare, in senso
figurato, allo "scacco" al fallimento di un tentativo, e quindi al
bisogno di ricominciare seguendo eventualmente un'altra o altre
rallias.
La
prima "storia".
Sequenza scenica
in tre quadri, sette scene e un epilogo
La sequenza si
svolge in un tempo "come il nostro": l'espressione è qui intesa nel
senso: in un tempo in cui si fa sempre più difficile sottrarsi
all'illusorio ricatto del tempo.
Il "protagonista" della storia, che non
potrebbe viverla senza il prezioso aiuto e la presenza sodale di tutti
gli altri personaggi che lo affiancano lungo la traccia, cerca di vivere
nel suo tempo sottraendosi alla sua cogente illusione: lo può fare,
evidentemente, rifugiandosi in quella dimensione che, in mancanza di
cognizioni più precise su tutto ciò che ha a che fare col "sottile",
chiamiamo sogno (intendendolo per lo più come sogno 'ad occhi aperti').
La sua particolare cocciutaggine consiste nel fallimentare tentativo di
trasformare il suo sogno in realtà "quantificabile" (che è diventato
sinonimo quasi obbligato di "spendibile"). Ovvio che quelli che, nella
sequenza scenica, lo seguono, lo aiutano e talvolta (magari giustamente)
lo intralciano, sono, ma senza averne consapevolezza, più o meno come
lui, della stessa "pasta", come comunemente si dice: ingenui e
disincantati, allo stesso tempo, a tratti "scanzonati" per necessità.
Il nostro protagonista si chiama, non a
caso, Antoni Sulu, anche se i soli strumenti nei quali riesce a
"soffiare" sono i più rudimentali dello strumentario consuetudinario
sardo: su sulittu (il flauto di canna, appunto) e su piabòi
(lo scaccia-pensieri). E' l'ultimo stagnino (giovane) sopravvissuto
alla scomparsa dei mestieri che trae frutti sempre più magri dal suo
girovagare per paesi semi-abbandonati (ancora o definitivamente tagliati
fuori dai "santuari" del consumismo) vendendo "labiòlos e
saltàinas", vale a dire recipienti di rame stagnato per mungere e
cagliare il latte.
Convintosi della "disfatta" degli oggetti, si
convince che l'unica strada da battere è quella di cercare di
commercializzare i "miti", trasformandoli, possibilmente, in merci o
servizi da vendere e, soprattutto, far comprare. Riesce a coinvolgere
una ingenua ma disincantata fanciulla di paese che, in attesa di
qualcuno che "se la porti via di lì", lo segue in una strana avventura
alla ricerca di "esseri" in via di definitiva estinzione da "catturare"
e utilizzare come "animali da circo" o da esibire come "mostri".
Fallito come stagnino girovago, Antoni Sulu ha
infatti deciso di improvvisarsi cacciatore di erkitos, janas,
cogas, ardzas e altri "esseri mitici", con l'intento di
addomesticarli successivamente all'uso che conta di farne.
Il "percorso" (sa rallia) di
Antoni e dei suoi amici occasionali compagni di viaggio diventa così
l'assurdo tentativo di "catturare" e "solidificare" i miti; ma il mito,
svelando le sue valenze simboliche più segrete, finirà per "catturare"
lui (e in parte anche gli altri) aprendogli davanti (infine) un altro
percorso o sentiero: quello che può portare ognuno di loro a "conoscere"
meglio se stesso.
Personaggi:
Antoni Sulu,
stagnino ambulante, poi cacciatore di esseri mitici;
Giuanna, detta
Lughéria, sua compagna di "viaggio" fissa;
Marianna detta
Sonalla, compagna di viaggio occasionale e, segretamente, Coga
;
Zuanne Maria Pistija,
capraio;
Perdu Ruju
Mùlida, l'uomo imbovato che chiede di essere liberato;
Luxia Arrabiosa,
la donna pietrificata;
Pedrutza Maripòsa,
la Yana-Regina;
Kalarina, la
Yana-ancella;
Gavineddu Mùrinu,
l'eremita.
PRIMO QUADRO: