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Per un teatro

del terzo millennio

  Miali Logudoresu

Rallias

21-02-06

 

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Teatro di ML

atti unici

L'altare di pietra

No tottu torran

E poi e poi...

 Tzia Andrada

di A.D. Migheli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                      

Joan Miro'  Hunters

Miali Logudoresu

RALLIAS

Per un teatro del terzo millennio

  Rallia (log.) Ràya (camp.) significa, genericamente "linea", "segno"; nel log. comune è usato anche per indicare l'orma, la traccia che lascia l'animale con o senza zoccoli, il segnale del passaggio o un segno minimo che denota le sue abitudini, gli spostamenti, i sentieri che segue; talvolta, si usa anche per "odore" o segnale olfattivo che segnala la presenza o il passaggio di un qualche essere animato, uomo, donna o animale.

   Il significato culto di rallia (che Wagner trascrive rál'a) si riferisce alla linea che il contadino segue nel lavoro di aratura; sempre Wagner la specifica come "quella striscia di terra che ogni contadino ha dinanzi a sé e che forma la parte del lavoro che deve compiere in un campo assieme ai compagni. Ogni contadino zappa la sua raglia, e quando arriva alla fine, torna indietro e ne riprende un'altra daccapo"; la voce in D.E.S (II, 334) riporta anche una citazione tratta dalle "Poesie tissesi" del Mulas: "lòmpere assa rál'a", che ha valore traslato di "arrivare allo scopo, al fine, all'intento prefisso"; così come arral'are significa "terminare la zappatura". C'è anche un terzo significato, segnalato a Busachi, ma diffuso amche nel log. e nel nuor. (che il D.E.S. riporta come 3), ed è 'capruggine' (un termine italiano di etimologia incerta che indica l'intaccatura delle doghe, entro la quale si connettono i fondi della botte).

Quanto alla derivazione del termine sardo lo si fa risalire al catalano ralla che significa, letteralmente, "linea"; ma sporadicamente, in sardo, la parola (talvolta nella variante arralla) significa anche "solco della ruota".

 

   L'autore e il personaggio protagonista della sequenza scenica intitolata Rallias (al plurale, quindi) hanno presenti tutti questi significati, ma trasposti in un senso che considerano simbolico, dal momento che sono convinti entrambi che nel simbolo, se correttamente inteso e interpretato, ci sia molta più verità che non in quella genericità spesso indeterminata che, per i moderni, è diventata il "segno".

La sequenza scenica segue anch'essa il suo filo di svolgimento come se fosse una rallia o un'arralla che porta dal segno al mito e da questo al simbolo, e da quest'ultimo a ciò che sta al di là di entrambi, e del quale il segno conosciuto in quanto simbolo può essere soltanto un supporto, talvolta solo un'apparenza utile ad andare oltre le apparenze.

 

   Prima di immergersi entrambi nel percorso "scenico", convinti di muoversi entro quella dimensione simbolica che è la stessa origine del teatro (per cui esso è ciò che depura la "persona" dalla maschera che indossa, standosene al di qua del personaggio che recita, e offre allo spettatore gli "stati" e i "sapori" del suo esistere, sfrondandoli da ogni riferimento a un "io" particolare), l'autore e il personaggio, di comune accordo, hanno anche esplorato i significati che, per suono o semplice successione delle lettere, sembrano in qualche modo "vicini" (almeno come "risonanze") a rallia: primo fra tutti rayu (raggio del sole e della ruota); poi raìna e raìga, che significano, rispettivamente, 'cresta' o 'linea fra due versanti' e 'radice'; ránda e rádza che hanno entrambi un doppio significato; l'una corrisponde sia alla 'trina' (o merletto) sia al 'rantolo'; l'altra all'edera spinosa che cresce fra i lecci (ed è detta talvolta raja o rájula; questa voce, secondo il Wagner, non è sarda, dal momento che la voce più diffusa per indicare questa pianta, è téti. Ma rádza, che è variante fonetica e semantica di rallia, nella zona centro settentrionale della Sardegna (Bonorva), significa anche "scoscendimento, frana"; quindi può far pensare, in senso figurato, allo "scacco" al fallimento di un tentativo, e quindi al bisogno di ricominciare seguendo eventualmente un'altra o altre rallias.

 

   La prima "storia".

      Sequenza scenica in tre quadri, sette scene e un epilogo

  La sequenza si svolge in un tempo "come il nostro": l'espressione è qui intesa nel senso: in un tempo in cui si fa sempre più difficile sottrarsi all'illusorio ricatto del tempo.

Il "protagonista" della storia, che non potrebbe viverla senza il prezioso aiuto e la presenza sodale di tutti gli altri personaggi che lo affiancano lungo la traccia, cerca di vivere nel suo tempo sottraendosi alla sua cogente illusione: lo può fare, evidentemente, rifugiandosi in quella dimensione che, in mancanza di cognizioni più precise su tutto ciò che ha a che fare col "sottile", chiamiamo sogno (intendendolo per lo più come sogno 'ad occhi aperti'). La sua particolare cocciutaggine consiste nel fallimentare tentativo di trasformare il suo sogno in realtà "quantificabile" (che è diventato sinonimo quasi obbligato di "spendibile"). Ovvio che quelli che, nella sequenza scenica, lo seguono, lo aiutano e talvolta (magari giustamente) lo intralciano, sono, ma senza averne consapevolezza, più o meno come lui, della stessa "pasta", come comunemente si dice: ingenui e disincantati, allo stesso tempo, a tratti "scanzonati" per necessità.

  Il nostro protagonista si chiama, non a caso, Antoni Sulu, anche se i soli strumenti nei quali riesce a "soffiare" sono i più rudimentali dello strumentario consuetudinario sardo: su sulittu (il flauto di canna, appunto) e su piabòi (lo scaccia-pensieri). E' l'ultimo stagnino (giovane) sopravvissuto alla scomparsa dei mestieri che trae frutti sempre più magri dal suo girovagare per paesi semi-abbandonati (ancora o definitivamente tagliati fuori dai "santuari" del consumismo) vendendo "labiòlos e saltàinas", vale a dire recipienti di rame stagnato per mungere e cagliare il latte.

Convintosi della "disfatta" degli oggetti, si convince che l'unica strada da battere è quella di cercare di commercializzare i "miti", trasformandoli, possibilmente, in merci o servizi da vendere e, soprattutto, far comprare. Riesce a coinvolgere una ingenua ma disincantata fanciulla di paese che, in attesa di qualcuno che "se la porti via di lì", lo segue in una strana avventura alla ricerca di "esseri" in via di definitiva estinzione da "catturare" e utilizzare come "animali da circo" o da esibire come "mostri".

Fallito come stagnino girovago, Antoni Sulu ha infatti deciso di improvvisarsi cacciatore di erkitos, janas, cogas, ardzas e altri "esseri mitici", con l'intento di addomesticarli successivamente all'uso che conta di farne.

  Il "percorso" (sa rallia) di Antoni e dei suoi amici occasionali compagni di viaggio diventa così l'assurdo tentativo di "catturare" e "solidificare" i miti; ma il mito, svelando le sue valenze simboliche più segrete, finirà per "catturare" lui (e in parte anche gli altri) aprendogli davanti (infine) un altro percorso o sentiero: quello che può portare ognuno di loro a "conoscere" meglio se stesso.

 

   Personaggi:

   Antoni Sulu, stagnino ambulante, poi cacciatore di esseri mitici;

   Giuanna, detta Lughéria, sua compagna di "viaggio" fissa;

   Marianna detta Sonalla, compagna di viaggio occasionale e, segretamente, Coga ;

   Zuanne Maria Pistija, capraio;

   Perdu Ruju Mùlida, l'uomo imbovato che chiede di essere liberato;

   Luxia Arrabiosa, la donna pietrificata;

   Pedrutza Maripòsa, la Yana-Regina;

   Kalarina, la Yana-ancella;

   Gavineddu Mùrinu, l'eremita.

  

   PRIMO QUADRO:

 

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   scena 1: il villaggio, la fontana, l'incontro con Giuanna Lughèria; la partenza per la cerca dei "mostri";

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   scena 2: incontro con il capraio Zuanne Marìa; alla ricerca dell'èrkitu; la comparsa e la liberazione dell'èrkitu;

 

    SECONDO QUADRO:

 

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    scena 3: l'incontro con la donna pietrificata; la "scoperta" della coga;

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    scena 4: preparazione alla "cattura" della Yana;

 

   TERZO QUADRO:

 

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    scena 5: la magia della Yana;

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    scena 6: il rito collettivo dell'argia;

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    scena 7: Antoni, Giuanna e Marianna tornano al paese. Si sentono sconfitti, anche se hanno scoperto quello che c'era da  scoprire.

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   Ricompare la Yana (chiamata da Lughia Arrabiosa) e si riconcilia con loro; lei potrà dare loro ciò che vogliono. Antoni le chiede:  "stacci vicino sempre". La Yana è felice di accontentarli.

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   Epilogo: Antoni e Giuanna sognano la casa che faranno. A un certo punto lei vede il posto dove metterà una bella fioriera. Antoni le dice che gliela costruirà lui con le sue mani, grande, in modo che ci stia dentro anche lei; per "cuocerla" come la "pecora in cappotto".

 

  

   La seconda storia

       Sequenza scenica in tre quadri, nove scene e un epilogo

 

   Soggetto

 

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Non è facile riscuotere un biglietto di lotteria contraffatto da una Yana.

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L’attesa della ricchezza rende gli amici nemici e i parenti infidi

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Ma la parola della Yana è data per sempre

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Chissà che stavolta vada bene…

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O forse la Yana si riferiva ad un altro colpo di fortuna?

 

 

   Canovaccio

 

  PRIMO QUADRO:

 

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 SCENA 1:  il villaggio, la casa in costruzione: Antoni, Giuanna, tia Filumena sua madre,  Mastru Nicu

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 SCENA 2:  ufficio dell’Intendenza: Antoni, Giuanna, un impiegato molto solerte, un usciere.

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 SCENA 3:  casa di Giuanna: Antoni, Giuanna, Marianna, Perdu, tia Filumena.

 

  SECONDO QUADRO:

 

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 SCENA 1:  casa di Mastru Nicu: il muratore è convinto di essere diventato cieco, perché non si è visto allo specchio e non si dà ancora pace; la moglie tia Mialina racconta la cosa ad Antoni, che cerca di convincerlo a tornare al lavoro.

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 SCENA 2: Antoni ha deciso di mettere in piedi una bottega di stagnino per vendere oggetti nei super mercati e ai turisti. La bottega è un luogo di incontro per buontemponi che si raccontano le ultime del paese. Giovanna arriva con una brutta notizia.

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 SCENA 3: Dialogo di Antoni col mercante con l’artista di città, che cerca di convincerlo, suo malgrado, a dare un’altra impronta alle sue opere.

 

  TERZO QUADRO:

 

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 SCENA 1: La vincita sembra dover sfumare ancora per molto. Marianna e Perdu si sono lasciati. Marianna si è rimessa con Marieddu, ma lui non fa sul serio.

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 SCENA 2: Perdu si confida con Lughia Arrabiosa..

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 SCENA 3: Giuanna e Marianna vanno a fare una passeggiata in campagna. Si ripresenta la Yana: stavolta promette una vincita clamorosa alla lotteria della Sartiglia. Ma le due donne rifiutano l’offerta.Antoni ha una visione del tempo che arriverà e la racconta a Giuanna.  Una voce fuori campo finirà di raccontare il sogno.

 

    Prima sequenza (PDF) (*)                                                                                                   Seconda sequenza (PDF) (*)

 

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 Atti unici       -    Tzia Andrada di Antonio Domenico Migheli

 

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Ultimo aggiornamento: 21-02-06